Cari amici e sostenitori
Il mio soggiorno a Bukavu era andato troppo bene perché non ci fossero, alla fine, delle complicazioni.
L’allarme Ebola è scattato nel Kivu il 18 maggio, per due casi sospetti a Goma (Nord Kivu). Già da giorni l’epidemia originata in Uganda si era propagata nella vicina provincia dell’Ituri, nel Nord del Congo. Questo è bastato perché il Rwanda chiudesse la frontiera che separa Goma da Gisenyi ed il giorno dopo (il lunedì 18) quella in corrispondenza di Bukavu (Ruzizi). Però era stato detto che gli internazionali che avessero un biglietto aereo da Kigali potevano passare, quindi non mi sono preoccupata più di tanto, nonostante l’ambasciata italiana di Kinshasa mi avesse raccomandato di uscire dal Paese il prima possibile.

Avevo ancora troppe cose da fare a Bukavu e, ingenuamente, non mi aspettavo che da un giorno all’altro chiudessero completamente le frontiere, come poi è avvenuto il venerdì 22 maggio. Tra l’altro avevo saputo che le autorità ruandesi non volevano che si restasse sul loro territorio se non il tempo necessario per raggiungere l’aeroporto, ed il mio volo era previsto per il sabato notte. Così il venerdì pomeriggio, mentre stavo prendendo commiato dai ragazzi dell’atelier, mi è arrivato il comunicato che le frontiere erano ormai definitivamente chiuse. Allora mi sono precipitata dalla città alla casa dei missionari dove alloggiavo per recuperare le mie tre cose e correre verso la frontiera di Ruzizi 1, che è solo a 3 Km da dove stavo. La frontiera, di solito affollatissima, era deserta. C’era un funzionario dal lato congolese, per lasciare passare i rari cittadini ruandesi, che potevano traversare ma venivanopoi messi in un centro di detenzione per una quarantena di 4 settimane. È stato molto gentile, ma non c’è stato il verso di passare. Era il lato ruandese che mi avrebbe bloccato, mi ha spiegato. E così sono rientrata la sera, ormai faceva buio, a piedi per scaricare la tensione, con addosso una frustrazione terribile, la paura di restare bloccata per un tempo indefinito, e tanti sensi di colpa.

Dal giorno successivo, e per i successivi 4-5 giorni, sono seguiti continui scambi telefonici con l’ambasciata italiana di Kinshasa ed il console onorario di Kigali, un’alternanza di illusioni, speranze, delusioni. E tanta confusione. Il sabato pomeriggio, il console mi ha indotto a sperare che potessi riuscire a traversare e a prendere il mio volo, visto che quello stesso pomeriggio tre chirurghi italiani erano riusciti ad uscire da Goma, grazie al suo intervento, quindi mi sono ancora una volta precipitata verso la frontiera, dove ho atteso ancora fino a che non è venuto buio, per poi tornare, stanchissima, alla casa. Fortunatamente i Padri Saveriani mi hanno ancora accolto da loro. E fortunatamente il console di Kigali ha continuato a negoziare con il ministero degli Esteri ruandese perché riuscissi a uscire, ma è stato tutto molto stressante e complicato.
Finalmente, con un nuovo biglietto alla mano, il venerdì mattina, 29 maggio, mi sono ancora presentata alla frontiera. Dopo varie attese e discussioni dal lato ruandese, dove comunque mi aspettavano, mi hanno lasciato passare, ma mi hanno obbligato a prendere un taxi per l’aeroporto di Kigali, al posto del bus che solitamente prendo, e siamo stati continuamente scortati dalla polizia fino all’aeroporto.
Avevano organizzato tutto alla perfezione, e diverse macchine della polizia si sono date il cambio. La guida verso Kigali, una strada piena di curve, è stata alquanto folle, soprattutto nelle ultime due ore quando il traffico era notevole. E noi sempre dietro alla macchina della polizia. Non mi hanno mai autorizzato ad uscire.
All’aeroporto siamo arrivati dopo oltre sei ore di viaggio, e ancora c’è stata una lunga attesa per avere il consenso ad entrare. E una volta entrata mi hanno indicato dove sedermi e sono stata sorvegliata ancora per diverse ore, con il divieto di uscire; mi hanno controllato fino a che non mi sono imbarcata.
Poi all’arrivo a Fiumicino mi attendevano già, prima ancora di uscire dall’aereo, i medici del dipartimento di prevenzione (USMAF) con tanto di ambulanza. Per fortuna che non avevo febbre né altri sintomi ed ho comunque negato ogni possibile esposizione o contatto, così mi hanno lasciato andare! Ma guai se mi viene la febbre durante queste prime tre settimane, non posso permettermi neanche una banale influenza, perché mi manderebbero subito allo Spallanzani!

Non si sa quanto tempo le frontiere resteranno chiuse. Nel Sud Kivu e Goma non ci sono più stati nuovi casi di Ebola, mentre nell’Ituri e nella zona di Bunya (Nord Kivu vucino all’Ituri) sono continuati ad aumentare, nonostante la pronta reazione dell’OMS, MSF ed altre organizzazioni. La chiusura delle frontiere rappresenta un grave problema per la già disastrata economia locale (i prezzi sono ulteriormente aumentati, tante persone che realizzavano piccoli commerci sono senza lavoro etc) e anche per tutte le organizzazioni che hanno aperto conti in Rwanda. Noi pure utilizziamo per i nostri progetti un conto aperto presso una banca ruandese vicino alla frontiera a nome di Ekabana,

un centro per bambini abbandonati gestito da Natalina a Bukavu,

una suora Italiana con la quale ho pure collaborato durante questo mio soggiorno…..
Davvero il Congo non è un paese facile…
Vorrei concludere con un grosso grazie a tutte le persone che mi hanno aiutato sia per poter arrivare a Bukavu, che hanno reso possibile il mio soggiorno là, e che poi mi hanno aiutato ad uscirne ! I
Il mio cruccio più grande è stato non poter tornare a Mwenga, e chissà quando potrò tornarci….